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  1. Uzbekistan, vicino a Samarcanda emergono i resti di un vasto complesso monumentale dell’VIII secolo d.C.: era un palazzo reale?

    Nuove indagini archeologiche nel sito di Mingtepa, nel distretto di Jomboy, nella regione di Samarcanda, hanno portato alla luce i resti architettonici di quello che potrebbe essere un complesso monumentale, forse un palazzo reale, dell’VIII secolo d.C.

    Gli scavi sono condotti dai ricercatori dell’Istituto di Archeologia di Samarcanda Yahyo G’ulomov, Amriddin Berdimurov, Husniddin Rahmonov e Nigora Mahkamova. Le indagini si concentrano nella zona dell’Ark, la cittadella fortificata del sito, dove è stata individuata la struttura principale del complesso, databile alla prima metà dell’VIII secolo.

    © Yahyo G’ulomov Institute of Archaeology

    Gli archeologi sono al lavoro per cercare di stabilire la natura esatta dell’edificio. La posizione centrale all’interno della cittadella e le sue caratteristiche architettoniche rendono in ogni caso il complesso significativo per la conoscenza degli insediamenti dell’Asia centrale nell’Alto Medioevo.

    © Yahyo G’ulomov Institute of Archaeology

    Architettura e organizzazione del potere nell’Asia centrale

    La disposizione degli ambienti e le tecniche costruttive utilizzate offrono nuovi dati sullo sviluppo dell’urbanistica e dell’architettura dell’Asia centrale durante il periodo altomedievale. In particolare, gli archeologi ritengono che il complesso di Mingtepa possa contribuire a comprendere meglio le forme di organizzazione amministrativa presenti nella regione di Samarcanda durante l’VIII secolo, una fase caratterizzata da importanti cambiamenti politici e culturali.

    © Yahyo G’ulomov Institute of Archaeology

    I ricercatori proveranno per prima cosa a chiarire la funzione dei diversi ambienti e definire con maggiore precisione la cronologia delle varie fasi costruttive.

    Leggi anche: Uzbekistan, scoperta la più antica trapanazione cranica dell’Asia centrale: due bambini operati 4mila anni fa

    https://storiearcheostorie.com/2026/07/09/uzbekistan-djarkutan-trapanazione-cranica-eta-bronzo/

    Sculture dell’VIII secolo nella sala del complesso

    Un ulteriore elemento di interesse è rappresentato dal ritrovamento, all’interno di quella che potrebbe essere una possibile sala di rappresentanza, di varie sculture databili anch’esse all’VIII secolo. Al momento i materiali sono in corso di studio e si spera che possano fornire dati sulle decorazioni degli edifici e sulle tradizioni artistiche diffuse nella regione.

    © Yahyo G’ulomov Institute of Archaeology

    A dirci di più sul contesto storico saranno le future campagne di scavo e il meticoloso studio dei reperti, che potranno stabilire se il complesso fosse effettivamente una residenza di rappresentanza e quale ruolo svolgesse all’interno della città.

    📘 Notizia verificata ✅

    #AltoMedioevo #archeologia #archeologiaMedievale #AsiaCentrale #Mingtepa #palazzo #Samarcanda #urbanisticaAntica #Uzbekistan #VIIISecolo #YahyoGUlomov
  2. Stregoneria e Magia nell'Alto e Pieno Medioevo. Per molto tempo i principali studiosi hanno pensato che nei primi mille anni di supremazia cristiana in Europa ci siano state pochissime cacce alle streghe. Gli studiosi sono altresì d’accordo che nei primi anni di dominio cristiano sono presenti ben poche avvisaglie della successiva ossessione per la stregoneria. A sua volta Robert...

    #AltoMedioevo #cacciaallestreghe #inquisizione #magia #persecuzioni #stregoneria

    scienzamagia.eu/cultura-libri/

  3. 🏛️ A Lecce l’anfiteatro romano svela un nuovo volto: tra V e VI secolo fu trasformato in una fortezza bizantina con mura poderose e una torre circolare.

    Un ritrovamento che fornisce nuovi dettagli sulla storia della città altomedievale.

    👉 Scopri di più su Storie & Archeostorie: wp.me/p7tSpZ-agt

    #Lecce #Archeologia #Medioevo #AnfiteatroRomano #Storia #SABAP #Bizantini #kastron #altoMedioevo

    foto: ©SABAP Brindisi Lecce e Taranto

    storiearcheostorie.com/2025/09

  4. ARCHEOLOGIA | 𝐒𝐜𝐨𝐩𝐞𝐫𝐭𝐚 𝐚 𝐒𝐜𝐚𝐧𝐝𝐢𝐜𝐜𝐢: 𝐝𝐚𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐜𝐚𝐯𝐢 𝐝𝐢 𝐁𝐚𝐝𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐒𝐞𝐭𝐭𝐢𝐦𝐨 𝐞𝐦𝐞𝐫𝐠𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐚𝐩𝐚𝐧𝐧𝐚 𝐚𝐥𝐭𝐨𝐦𝐞𝐝𝐢𝐞𝐯𝐚𝐥𝐞

    I materiali la datano tra l’VIII ed IX secolo d.C. testimoniando la presenza di una comunità (o un nucleo rurale) precedente l'abbazia, fondata intorno all'anno Mille.

    Scopri i dettagli su @storieearcheostorie

    @comunediscandicci

    #archeologia #scandicci #altomedioevo #grubenhaus #scoperte #scavi #archeologiamedievale

    storiearcheostorie.com/2025/04

  5. Scoperta a Scandicci: dagli scavi di Badia di Settimo emerge una capanna altomedievale

    Elena Percivaldi

    Importante scoperta a Scandicci (Firenze), dove gli scavi in corso presso la Badia di Settimo, da poco conclusi, hanno riportato in luce i resti di una capanna di epoca altomedievale.

    Il ritrovamento è stato effettuato dagli archeologi della Soprintendenza ABAP di Firenze nel corso delle indagini che accompagnano i restauri della Badia, portati avanti dalla Fondazione Opera della Badia di Settimo. Seppur ostacolata varie volte dai ripetuti allagamenti, l’indagine ha già portato a numerose scoperte, che forniscono nuovi dati e dettagli sulla storia del complesso monastico, intitolato a San Salvatore e San Lorenzo. In questo caso, però, ad essere illuminate sono le vicende anteriori alla sua fondazione, avvenuta intorno all’anno Mille.

    L’Abbazia dei Santi Salvatore e Lorenzo a Settimo (Wikimedia Commons / Sailko – CC BY 3.0)

    I resti di una Grubenhaus sotto il chiostro

    Nel corso degli scavi per la sistemazione del trecentesco Chiostro dei Melaranci gli archeologi hanno infatti trovato per la prima volta resti di strutture precedenti alla Badia di Settimo, risalenti all’epoca altomedievale. Una di queste, a pianta circolare, si trova a una profondità di circa due metri rispetto all’attuale piano del chiostro. L’ipotesi è che si tratti di una “Grubenhaus”, una capanna seminterrata, con il fondo scavato direttamente nel terreno.

    I resti della Grubenhaus, trovati sotto il chiostro

    Strutture del genere, sorrette da pali e caratterizzate da semplici pareti in legno e terra e da una copertura vegetale, sono comuni nell’alto Medioevo in Europa centrale e orientale. In Italia appaiono più rare ma sono in ogni caso ben documentate archeologicamente: citiamo ad esempio i casi di Collegno (TO), Frascaro (AL) e soprattutto quello, molto noto, di Poggio Imperiale a Poggibonsi (SI).

    Ricostruzione di una Grubenhaus, simile a quella trovata a Scandicci

    Datazione tra l’VIII ed IX secolo d.C.

    I materiali ceramici trovati in corrispondenza della capanna, ossia recipienti per la cucina – olle, testi, teglie – e per la tavola – boccali e recipienti per liquidi – e un manico in osso decorato, suggeriscono una datazione tra l’VIII ed IX secolo d.C. Secondo gli archeologi il rinvenimento è molto significativo “perché attesta lo stanziamento, in questo punto della pianura di Settimo, di una piccola comunità o nucleo rurale già diversi secoli prima della fondazione dell’abbazia”.

    Un manico in osso decorato, databile all’VIII-IX secolo d.C.

    Informazioni più approfondite arriveranno, naturalmente, dal sistematico studio dei materiali, che avverrà nelle prossime settimane via via che i dati emersi dallo scavo saranno riordinati e catalogati.

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  6. Ecco chi ha scolpito la grande Pietra runica di Jelling, il “certificato di nascita” della Danimarca

    Le scansioni 3D rivelano l’identità dello scalpellino che scolpì materialmente la Pietra di Jelling, una delle più celebri e iconiche iscrizioni runiche. La scoperta dimostra anche che la regina Thyra, moglie di Gorm il vecchio e madre di Aroldo I di Danimarca detto “Dente Azzurro” (Bluetooth), rivestiva un ruolo politico ben più importante di quanto finora si pensasse.

    Elena Percivaldi

    Testi e foto protetti da COPYRIGHT. ©RIPRODUZIONE VIETATA senza citare la fonte.

    La Pietra grande di Jelling (foto: Frame & Work)

    Le Pietre di Jelling sono senza dubbio tra le più famose e iconiche iscrizioni runiche giunte fino ai giorni nostri. Rinvenute nella cittadina danese di Jelling, nello Jutland, e risalenti al X secolo, sono considerate fondamentali dai danesi perché nel testo viene menzionato per la prima volta il nome della Danimarca, il che ne fa una sorta di “certificato di nascita” del Paese scandinavo (e per questo dal 1994 fanno parte del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco).

    Notissime agli esperti e agli appassionati di storia vichinga e già oggetto di innumerevoli studi, le due iscrizioni di Jelling sembravano aver rivelato da tempo i loro segreti. Non tutti però. I ricercatori del Museo Nazionale Danese sono infatti riusciti a stabilire chi ha inciso materialmente le rune di almeno una di esse, la più grande e recente, commissionata tra il 960 e il 965/985 circa da re Haraldr Gormsson, detto Blåtand (Dente Azzurro, in inglese Bluetooth), più conosciuto come Aroldo I di Danimarca, in memoria dei suoi genitori, il re Gorm e la regina Thyra. Nell’iscrizione Aroldo dichiara non solo di regnare sulla Danimarca e sulla Norvegia, rivendicando l’unificazione dei due regni fino a quel momento frammentati, ma anche di aver convertito i danesi al cristianesimo: un documento straordinario, quindi, che testimonia il momento in cui la Danimarca conobbe per la prima volta un’unità sia politica che religiosa.

    La Pietra più grande e recente di Jelling, realizzata per ordine di Aroldo I di Danimarca in memoria dei genitori: sotto, la ricostruzione del suo aspetto originario, vivacemente colorato (foto: CC BY-SA 2.0, Roberto Fortuna / Wikimedia Commons)

    La scansione 3D effettuata nei recenti studi sulle pietre runiche, in origine vivacemente colorate, consente ai ricercatori di vedere da vicino i solchi tracciati durante l’incisione delle lettere, consentendo di distinguere la tecnica di intaglio con cui sono state realizzate le singole iscrizioni. Ogni lapicida, infatti, regge lo scalpello con una certa angolazione e manovra il martello imprimendo una determinata forza, lasciando tracce ben precise nell’angolazione delle lettere e nella distanza che intercorre tra di esse: una sorta di “firma”, insomma, che rende ogni iscrizione unica e riconoscibile.

    foto: Museo Nzionale Danese)

    Esaminando le scansioni di sette pietre runiche rinvenute nello Jutland – Bække 1 e 2, Læborg, Horne, Randbøl, oltre alle due pietre Jelling – gli studiosi hanno riscontrato somiglianze evidenti tra i segni incisi sulla più grande e antica iscrizione di Jelling e quelli che caratterizzano la Pietra di Læborg, rinvenuta a una trentina di chilometri circa a sud-ovest della stessa Jelling. Il testo sulla Pietra di è il seguente: ” Ravnunge-Tue ha scolpito queste rune in memoria di Thyra, la sua regina “. Essendo la tecnica impiegata per entrambe la medesima, la deduzione è stata inevitabile: sono state prodotte dalla stessa persona, Ravnunge-Tue, appunto.

    La Pietra di Læborg in una tavola ottocentesca (Immagine: Museo Nazionale Danese)

    Quanto all’altra pietra di Jelling, la più piccola e antica, purtroppo le rune risultano troppo usurate per fornire dati significativi: non è da escludere che possa essere stata anch’essa realizzata da Ravnunge-Tue, ma è impossibile provarlo.

    La pietra più antica delle due di Jelling, commissionata da re Gorm per la moglie Thyra (foto: Wikimedia Commons)

    Ma oltre al nome del lapicida, la ricerca ha prodotto molto di più. Secondo Lisbeth Imer, runologa e ricercatrice presso il Museo Nazionale Danese, la scoperta fornisce anche nuovi importanti informazioni sulla regina Thyra e sul potere che deteneva in Danimarca.

    La runologa del Museo Nazionale Danese Lisbeth Imer ha scoperto chi ha scolpito la Pietra di Jelling (foto: Museo Nazionale Danese)

    Nelle due pietre di Jelling, Thyra è citata come madre di Aroldo “Bluetooth” e moglie di Gorm il Vecchio; la pietra più antica, ordinata da re Gorm in memoria della moglie, la definisce inoltre “orgoglio della Danimarca”.  Il nome “Thyra” appare però anche su altre due pietre runiche del X secolo: la già citata Pietra di Læborg e quella di Bække 1, che ci fornisce i nomi dei costruttori materiali del tumulo sepolcrale della sovrana, ossia lo stesso Ravnunge-Tue e altri due, Fundin e Gnyple. I ricercatori si sono a lungo chiesti se la regina Thyra menzionata sulla Pietra di Læborg fosse da identificare con la Thyra che governava Jelling. La risposta sembra essere, a questo punto, affermativa perché entrambe le iscrizioni sono opera dello stesso scalpellino, Ravnunge-Tue.

    La Pietra runica Bække 1. L’iscrizione recita “Ravnunge-Tue e Fundin e Gnyple, i tre costruirono il tumulo di Thyra” (foto: Roberto Fortuna – Museo Nazionale Danese).Aroldo battezzato dal monaco Poppo, in un rilievo del X secolo (Wikimedia Commons)

    Secondo Imer, il fatto che la sovrana sia nominata su ben quattro iscrizioni runiche, più di qualsiasi altra persona nella Danimarca vichinga, dimostra senza ombra di dubbio la sua enorme importanza: a titolo di confronto, gli stessi Aroldo e Gorm il Vecchio appaiono citati solamente su due pietre runiche ciascuno, e Gorm soltanto in relazione a Thyra.

    “Tutto ciò significa che la regina Thyra era molto più importante di quanto pensassimo in precedenza. Probabilmente proveniva da una famiglia più nobile e più antica rispetto a Gorm il Vecchio, che siamo soliti considerare il primo re di Danimarca”, afferma Imer.

    Tutte e quattro le pietre runiche che menzionano Thyra sono state rinvenute nello Jutland meridionale, il che sembra suggerire che la regina esercitasse la sua influenza soprattutto in quest’area, mentre il potere di Gorm il Vecchio era probabilmente radicato altrove.

    Le due Pietre di Jelling ( Foto CC BY-SA 2.0, Roberto Fortuna)

    La scoperta costituisce la base di partenza per una nuova serie televisiva – Gåden om Thyra (L’enigma di Thyra) – trasmessa in questi giorni in streaming sulla piattaforma danese DR TV.

    I risultati della ricerca, condotta da Lisbeth Imer insieme ai colleghi Laila Kitzler Åhfeldt del Riksantikvarieämbetet (Consiglio nazionale dei beni culturali di Svezia) di Stoccolma e Henrik Zedig del Länsstyrelsen (Consiglio di amministrazione) della provincia del Västergötland (Gotland occidentale), saranno pubblicati a ottobre sulla rivista scientifica Antiquity .

    Testi e foto protetti da COPYRIGHT. ©RIPRODUZIONE VIETATA senza citare la fonte.

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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  7. Ho da 3 anni la CIE 2.0, è mai possibile che quando faccio qualcosa dove serve il codice fiscale, non debba andare bene quello della CIE e mi chiedono quello in plastica o la tessera sanitaria? #AltoMedioevo #burocrazia

  8. La Scozia “crogiolo di nazioni”: viaggio nella Storia tra reperti mozzafiato, dai Vichinghi al Medioevo

    Lungi dall’essere isolata e compressa, a nord, dai due limes eretti in epoca romana, la Scozia è stata in realtà un importante crocevia di culture e civiltà: dai Celti ai Pitti, dai Romani alle popolazioni scandinave, passando per i Britanni e gli Anglosassoni. La composita e ricchissima identità del Paese, che si forma in età altomedievale, è ora oggetto di una splendida pubblicazione, “Crucible of Nations: Scotland from Viking Age to Medieval Kingdom”, promossa da National Museums Scotland e firmata dal ricercatore Adrián Maldonado.

    Elena Percivaldi

    (articolo e foto ©Riproduzione vietata)*

    Lungi dall’essere un territorio isolato e compresso, a nord, dai due limes eretti in epoca romana – il Vallum Hadriani, costruito a partire dal 122 d.C. per contenere i Pitti, e il Vallum Antonini, realizzato nel 142 più a nord ma abbandonato dalle legioni già dopo soli vent’anni – la Scozia è stata in realtà un importante crocevia di culture. Abitata sin dal Mesolitico, la propaggine settentrionale della più grande isola britannica con le sue numerose isole vide susseguirsi, dall’antichità al Medioevo, varie civiltà e genti: dai Celti ai Pitti, dai Romani alle popolazioni scandinave, passando per i Britanni e gli Anglosassoni, ciascuna delle quali ha lasciato sul territorio profonde tracce – tanto storico-artistiche quanto culturali e linguistiche – della sua presenza. A chiarire le dinamiche e l’impatto sull’identità della nazione di questo lungo e complesso dialogo giunge ora un nuovo libro, “Crucible of Nations: Scotland from Viking Age to Medieval Kingdom” ( “Crogiolo di nazioni: la Scozia dall’età vichinga a regno medievale”), appena pubblicato da National Museums Scotland, i musei nazionali scozzesi.

    Il volume e la fibula di Hunterston, riprodotta in copertina (Photo © Neil Hanna)

    Scritto da Adrián Maldonado, ricercatore presso lo stesso ente museale, il volume giunge a coronamento di un progetto di ricerca – il Glenmorangie Research Project, sponsorizzato dall’omonima azienda produttrice di whiskey – iniziato 13 anni fa proprio per “rileggere”, utilizzando un punto di vista inedito, le vicende scozzesi nel periodo compreso tra il IX e il XII secolo, dal tramonto cioè dei Pitti fino alla nascita del Regno di Alba, nucleo del futuro Regno di Scozia. Un viaggio nel tempo e nello spazio di ampio respiro e di grande impatto anche visivo, grazie alle oltre 200 immagini degli (spesso straordinari) reperti conservati nelle collezioni museali scozzesi. Oggetti iconici e molto noti, come la spettacolare fibula di Hunterston (inizio VIII secolo, di probabile produzione irlandese, simbolo di “fusione” tra elementi pagani e cristiani) oppure il prezioso tesoro di argenti di Skaill, risalente all’età vichinga (con i suoi 8,11 kg è il più “pesante” della Scozia e uno dei più imponenti della Scandinavia) e tornato alla luce casualmente nel 1858 nei pressi di Sandwick, nelle Orcadi. Ma anche ritrovamenti molto più recenti, come le iscrizioni runiche anglo-sassoni e un raro vago in corniola proveniente, sembra, addirittura dall’India, a riprova di quanto intense e vaste fossero le relazioni commerciali in un’epoca da sempre, e assolutamente a torto, ritenuta “immobile” e oscura.

    La fibula di Hunterston, uno dei tesori del Museo Nazionale di Scozia (Photo © Neil Hanna)

    “Il volume – spiega Maldonado – indaga ciò che i reperti materiali ci dicono riguardo a questo periodo così importante ma poco compreso della storia scozzese. La novità di questa ricerca è rappresentata dalla molteplicità delle prospettive con cui sono stato considerati gli eventi accaduti durante l’epoca vichinga, che in quest’angolo della Gran Bretagna si è caratterizzata, per la verità, nella stretta interconnessione tra popolazioni diverse, dai Pitti ai Gaeli, dai Bretoni agli Scandinavi agli Anglosassoni. Considerando l’insieme degli oggetti custoditi nelle nostre collezioni, non possiamo non notare come la Scozia sia il frutto del dialogo costante tra elementi culturali diversi. Davvero sorprendente quanto, ad esempio, molti materiali tradizionalmente considerati “vichinghi” presentino invece anche chiare influenze esterne, britanniche e irlandesi”.

    Maldonado posa con la fibula di Hunterston nel Museo Nazionale di Scozia (Photo © Neil Hanna)

    “La ricerca in corso – aggiunge Chris Breward, direttore dei Musei nazionali scozzesi – mostra le infinite potenzialità delle nostre collezioni: non si tratta solamente di una serie di oggetti da preservare, esporre e conservare, ma di reperti “vivi” che, se opportunamente riconsiderati e studiati alla luce delle nuove tecnologie, possono portare davvero a nuove importanti scoperte”.

    Sin dall’esordio, nel 2008, il Glenmorangie Research Project ha permesso ai Musei nazionali scozzesi di migliorare l’impatto dell’archeologia e della storia scozzese medievale sul vasto pubblico. Un obiettivo raggiunto attraverso due importanti pubblicazioni – “Early Medieval Scotland: Individuals, Communities and Ideas” e “Scotland’s Early Silver“ -, ma anche moltissime attività e un fitto calendario di eventi (come la conferenza “Rediscovering Viking-age Scotland with Michael Wood”, che si può rivedere qui sotto).

    https://youtu.be/_GxKTCdLe00?list=TLGGM9l18qDjFhAwNDAxMjAyMg

    Un lampante esempio di quanto la virtuosa collaborazione tra pubblico e privato, iniziata da una circostanza “casuale” – il fatto che non lontano dalla distilleria di Glenmorangie sorgesse, da tempi immemori, una monumentale stele pitta, “musa ispiratrice” del progetto – possa tradursi in una grandiosa iniziativa culturale, dove ricerca scientifica e alta divulgazione procedono di pari passo allo scopo di valorizzare il patrimonio morale e identitario del Paese e renderlo accessibile ad un pubblico vasto ed eterogeneo. Proprio il tipo di iniziative, insomma, che si potrebbero fare benissimo anche a casa nostra se solo si avesse la volontà (ma anche la capacità e, diciamo pure, l’audacia) di pensarle, progettarle e metterle in pratica.

    La stele Hilton of Cadboll Stone. Ricostruzione di Barry Grove (foto: Wikimedia Commons)

    La stele “simbolo” del progetto, la Hilton of Cadboll Stone, risale all’VIII secolo d.C. ed è attualmente conservata nei Musei nazionali scozzesi. Segnalata come ancora al suo posto, sulla costa a Easter Ross, nella penisola di Tarbat, verso la metà dell’Ottocento, la stele, mutila della parte inferiore, venne rimossa e trasportata al castello di Invergordon finché non fu donata, nel 1921, al British Museum di Londra. Una decisione che scontentò la comunità locale, la quale da allora provò in tutti i modi di riportare il suo tesoro in patria riuscendovi solo agli inizi del nuovo millennio. Una successiva campagna di scavo, iniziata nel 2001, ha portato al ritrovamento di sei sepolture – segno che la pietra era stata riutilizzata come segnacolo – e soprattutto della parte mancante della stele stessa, consentendo di ricostruirne per intero la complessa simbologia: non solo la già nota scena di caccia aristocratica, al centro della quale campeggia una donna a cavallo con alla sua destra uno specchio e un pettine, ma anche il resto dei bellissimi motivi ornamentali tipici dell’arte dei Pitti che ne fa un capolavoro della scultura altomedievale. Uno di questi motivi decorativi è diventato il logo delle distillerie Glenmorangie.

    Il volume “Crucible of Nations: Scotland from Viking Age to Medieval Kingdom” può essere acquistato direttamente dallo shop del National Museums Scotland oppure su Amazon, accedendo a questo link.

    *L’articolo è pubblicato in contemporanea sul blog dell’Autrice, “Vi racconto una Storia…”.

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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  9. L’Archeodromo di Poggibonsi, un viaggio nell’Alto Medioevo

    POGGIBONSI (SI), 31 gennaio 2020  (di Elena Percivaldi) –  Immaginiamo di trovarci in un villaggio medievale in piena attività, popolato interamente dai suoi abitanti. Al centro, la grande capanna ospita la famiglia più importante, probabilmente di un funzionario carolingio con compiti militari, circondata da botteghe artigiane; accanto, in una capanna più piccola, una famiglia di contadini è intenta alle occupazioni quotidiane: coltivare i campi, badare agli animali da cortile, compiere i tanti piccoli e grandi lavori di costruzione e riparazione richiesti in questo piccolo e operoso angolo di Toscana abbarbicato in cima a un colle. Il profumo del pane che cuoce nel forno si diffonde nell’aria insieme ai colpi di maglio che provengono dalla fucina del fabbro, poco lontano; dentro le case, bambini e ragazzi si ricorrono schiamazzando davanti al focolare sempre acceso.

    L’Archeodromo di Poggibonsi, in provincia di Siena, si trova all’interno dell’area archeologica di Poggio Imperiale: 12 ettari di parco immerso nel verde con una vista mozzafiato sull’Alta Val d’Elsa, alle propaggini occidentali delle colline del Chianti. E’ un vero e proprio museo a cielo aperto. Gli scavi condotti dall’Università di Siena in quindici anni di attività hanno riportato alla luce un insediamento eccezionale, abitato senza soluzione di continuità dall’alto Medioevo al Cinquecento quando i Medici iniziarono i lavori di costruzione di una poderosa fortezza che mai riuscirono a completare. Diciassette strutture edilizie di questo fiorente villaggio sorto nel IX-X secolo sono state finora ricostruite in scala 1:1: la grande capanna (longhouse) della famiglia dominante, la casa dei contadini, alcune botteghe artigiane, il pollaio, il forno e l’orto. Al loro interno, un team di archeologi, storici e rievocatori coordinati dal prof. Marco Valenti, docente di Archeologia Medievale e di Archeologia Pubblica all’Università di Siena, propone un approccio di “storia vivente” all’avanguardia: spogliatisi degli abiti moderni e indossati quelli di età medievale, hanno ridato vita alla piccola comunità di contadini e artigiani che qui un tempo abitava consentendo ai visitatori di compiere l’esperienza unica di una “full immersion” in un passato ormai lontano.

    GALLERY

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    I risultati degli scavi e dell’opera di valorizzazione, iniziata nel 2014 proprio con la costruzione dell’Archeodromo, sono  ora pubblicati in un bellissimo volume curato dallo stesso Marco Valenti, dal titolo “L’Archeodromo di Poggibonsi, un viaggio nell’Alto Medioevo”, edito da Edipuglia (Bibliotheca Archaeologica, 54, pp. 270, euro 70). Un’esperienza esaltante, che ha generato un aumento significativo dei flussi turistici sul territorio ed è stata gratificata da importanti riconoscimenti: nel 2015 il prestigioso premio “Riccardo Francovich” conferito dalla SAMI (Società degli Archeologi Medievisti Italiani) al “museo o parco archeologico italiano che rappresenta la migliore sintesi tra rigore dei contenuti scientifici ed efficacia nella comunicazione degli stessi verso il pubblico dei non specialisti”; il Premio Italia Medievale conferito dalla ACIM, Associazione Culturale Italia Medievale nel 2016;  infine, nel febbraio  2017, il premio “Progetto Art Bonus dell’anno”, promosso da Ales S.p.A, società del MiBACT in collaborazione con LuBec – Lucca Beni Culturali.

    Il volume sarà presentato domani, SABATO 1 FEBBRAIO 2020 alle ore 17.00 presso la Sala Set del Teatro Politeama di Poggibonsi a  cura di Dario Ceccherini, con interventi di David Bussagli (sindaco di Poggibonsi), Andrea Frosini (sindaco di Monteriggioni) e Nicola Berti (assessore alla cultura di Poggibonsi). In occasione della presentazione e fino al 6 febbraio, il volume è offerto dall’Editore al prezzo speciale di 50 euro.  Per usufruirne basta visitare il sito di Edipuglia  a questo link e inserire il codice PROMOVALENTI.

    (E.P.)

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  10. La stele di Rök? Un monumento alla scrittura. Nuova interpretazione della celebre iscrizione runica

    GÖTEBORG – Nuova interpretazione per la celebre stele di Rök (Ög 136),  primo esempio conosciuto di iscrizione runica in pietra. A formularla è il prof. Per Homberg, ricercatore dell’Università di Göteborg, secondo il quale non si tratterebbe di un testo epico o funebre ma di una esaltazione quasi “magica” della scrittura.

    Conservata nella chiesa svedese di Rök, in Östergötland, la stele contiene tra gli altri i nomi del re goto Teodorico e del dio Thor e fu incisa verso la  fine del IX secolo.  Dalla sua scoperta, avvenuta negli anni Quaranta del ‘900, gli studiosi hanno proposto svariate letture e interpretazioni. Tra le più accreditate finora è la teoria che si tratti di una stele funeraria fatta scolpire da un certo Varinn, forse un capotribù,  in memoria del figlio Vémóðr/Vámóðr morto in battaglia (la battaglia del Brávellir?) o sacrificato agli dei dopo la conversione della moglie al Cristianesimo ad opera di sant’Oscar. Nessuna delle interpretazioni finora formulate, però, è stata considerata definitiva.

    Secondo il prof. Homberg, che ha pubblicato i risultati della sua ricerca sulla rivista Futhark: The International Journal of Runic Studies, la pietra avrebbe poco o nulla a che fare con la celebrazione dinastica di eroi e divinità e con l’esaltazione di gesta e battaglie ma sarebbe un vero e proprio monumento eretto al potere della scrittura runica, capace di tramandare la memoria e onorare i morti. Anche quando si fa riferimento alle battaglie, sostiene il prof. Homberg, si allude in realtà ad azioni propriamente linguistiche: gli stessi  24 “re” cui si fa riferimento alla fine dell’iscrizione non sarebbero affatto sovrani ma le rune stesse.

    Secondo lo Swedish National Heritage Board sono circa 7mila le iscrizioni runiche sparse nel mondo, la metà delle quali furono realizzate in Età vichinga. Le più antiche risalgono al III secolo d. C., ma la maggior parte fu eretta tra il X e l’XI.

    © Elena Percivaldi – © Perceval Archeostoria – All rights reserved. Nessuna parte di questo blog può essere riprodotta senza citare la fonte o senza permesso.

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