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  1. Declino e morte di un banchiere

    «Hanno venduto anche l’anima», fu il titolo dell’articolo di Eugenio Scalfari, apparso su Repubblica il giorno dopo la pubblicazione dei nomi degli affiliati alla P2, avvenuta il 21 maggio 1981. Il giorno prima, il 20 maggio, Roberto Calvi venne arrestato nella sua abitazione milanese di via Frua e incarcerato a Lodi <833, con l’accusa di illecita costituzione all’estero di disponibilità valutarie, in particolare con riferimento alla vendita di azioni della Toro Assicurazioni: il 20 settembre 1975 la Manic aveva venduto infatti 1.100.00 azioni della Toro alla Centrale a un prezzo di circa 35.000 lire per azione, quando il loro valore di mercato superava di poco le 13.000; secondo l’accusa dei magistrati, il pagamento di un prezzo così esagerato nascondeva un’esportazione illecita di valuta all’estero <834.
    Alla prima udienza del processo, il 29 maggio, fu chiaro che Calvi non avrebbe ottenuto la libertà provvisoria, quindi il banchiere milanese fece arrivare a Marcinkus un chiaro messaggio: se non avesse ricevuto aiuto, avrebbe rivelato ai magistrati che la Manic in realtà era dello IOR. Latore delle pressioni sul monsignore era Alessandro Mennini, dirigente del settore estero dell’Ambrosiano e figlio di Luigi, l’ex-direttore dello IOR che era succeduto a Massimo Spada agli inizi degli anni ’60. Gelli nel mentre si era dato latitante e quindi era totalmente saltata la copertura politica che Calvi godeva grazie alla P2. Forte delle tangenti che aveva distribuito a pioggia, al fine di muovere in suo aiuto l’allora segretario del PSI Bettino Craxi, Calvi il 2 luglio fece sapere, tramite il suo avvocato Gaetano Pecorella, di voler fornire informazioni ai giudici informazioni rilevanti sui presunti finanziamenti al Partito socialista emersi nel corso delle indagini ENI-Ambrosiano e di quella sulla Rizzoli. Poiché non gli fu accordata la libertà provvisoria, il banchiere milanese adottò la tecnica del dire e non dire, col solo scopo di terrorizzare il leader socialista, il quale recepì il messaggio e il 10 luglio successivo tenne un discorso alla Camera, qualche ora dopo la notizia del tentato suicidio di Calvi, che la notte prima aveva ingerito 90 pastiglie e si era tagliato un polso. In quell’occasione Craxi aveva accusato del crollo della Borsa di quei giorni anche:
    «talune azioni giudiziarie che presentano aspetti scriteriati, per andare al gioco di banchieri astuti ed al ruolo di politici sprovveduti ed intriganti. Quando si mettono le manette, senza alcun obbligo di legge, o senza ricorrere ad istituti di cautela, che pure la legge prevede, a finanzieri che rappresentano in modo diretto o indiretto gruppi che contano per quasi metà del listino di Borsa, è difficile non prevedere incontrollabili reazioni psicologiche e varchi aperti per le correnti speculative, che si sono messe al galoppo. […] Il tentato suicidio del banchiere Calvi ripropone con forza il problema di un clima inquietante di lotte di potere condotte con spregiudicatezza e con violenza intimidatoria, e contro il quale bisogna agire per ristabilire la normalità dei rapporti tra Stato e cittadini, la fiducia nella giustizia, la correttezza nei rapporti tra potere economico, gruppi editoriali, potere politico» <835.
    Insomma, il crollo della Borsa, associato alla vicenda Calvi, non era colpa del banchiere milanese piduista che esportava valuta all’estero, ma dei giudici che avevano indagato su di lui e lo avevano anche arrestato per pericolo di inquinamento delle prove. Si intravedono già qui alcuni degli elementi di quella cultura dell’impunità che si andava sviluppando intorno alla Milano da bere e che poi avrebbe avuto come suo massimo interprete culturale Silvio Berlusconi negli anni ’90 e Duemila.
    La condanna e i ricatti allo IOR
    Il 20 luglio Roberto Calvi venne condannato dal Tribunale di Milano a quattro anni di reclusione e 15 miliardi di lire di multa, ottenendo però la libertà provvisoria. Ritornato alla guida dell’Ambrosiano, il banchiere milanese, già vicepresidente della Bocconi, da un lato tentò di resistere all’assedio della Banca d’Italia di Ciampi, che stava continuando l’opera di Baffi e Sarcinelli nel tentare di far luce sulle partecipazioni estere del Banco <836, dall’altra tentò di risollevare le sorti dell’istituto di credito recuperando i soldi dati allo IOR.
    Calvi pretendeva dalla banca vaticana ben 300 milioni di dollari, che Marcinkus tuttavia non voleva riconoscergli, anzi, pretendeva la medesima cifra, accusando il banchiere milanese dell’ammanco nelle loro casse. Va qui fatto notare che, benché le indagini e le sentenze evidenziassero il ruolo del monsignore americano nel crack dell’Ambrosiano, grazie al passaporto diplomatico e all’immunità del Vaticano, Marcinkus riuscì ad evitare tanto il mandato di cattura, emesso il 20 febbraio 1987, tanto le condanne.
    Non si sa con quale argomentazione, alla fine però Calvi la spuntò su monsignore americano, il quale rilasciò il 1° settembre 1981 le famose lettere di patronage con cui la banca vaticana si impegnava a garantire le operazioni bancarie dell’Ambrosiano nei paradisi fiscali sudamericani, ammettendo di fatto di aver partecipato all’esportazione illecita di capitali con Calvi <837.
    Latitante Gelli, abbandonato da Ortolani e ai ferri corti con lo IOR, cui fece subdolamente riferimento nel corso della sua audizione davanti alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla P2, Roberto Calvi si mise nelle mani di due faccendieri, Francesco Pazienza e Flavio Carboni. Tralasciando la dettagliata ricostruzione degli ultimi mesi di vita di Calvi e le scellerate operazioni finanziarie che mise in campo per cercare di sopravvivere al sistema che lui stesso aveva creato <838, il legame con Pazienza e Carboni fu rilevante perché coincise con una nuova fase dei rapporti con Cosa Nostra, i cui equilibri di potere stavano cambiando in favore di Totò Riina e del clan dei Corleonesi.
    Calvi, Pippo Calò e i soldi dei Corleonesi
    «Di sicuro c’è solo che è morto», si potrebbe pensare guardando superficialmente alla misteriosa morte di Roberto Calvi, ritrovato impiccato sotto al Ponte dei Frati Neri a Londra, il 18 giugno 1982 <839, citando il famoso titolo dell’Europeo nei confronti della morte del bandito Giuliano. In effetti, fino alla definitiva ordinanza di archiviazione del giudice Simonetta D’Alessandro nel 2016, la tesi infondata del suicidio rimase sempre un’opzione che in determinati ambienti culturali veniva opposta, ritenendo incredibili le affermazioni dei collaboratori di giustizia <840 sul ruolo avuto da Calvi e dal Banco Ambrosiano nel riciclaggio dei capitali di Cosa Nostra. Eppure oggi si può affermare che «Roberto Calvi è stato assassinato “mediante impiccagione” e “simulazione di suicidio”, fatto consumato in Londra alle prime ore del 18 giugno 1982 e qualificabile come omicidio premeditato» <841, benché esecutori e mandanti non siano stati individuati con certezza per mancanza di prove certe.
    Centrale però risulta la figura di Giuseppe Calò, detto Pippo, plenipotenziario finanziario di Cosa nostra sia durante l’era Bontate, quando il canale privilegiato di riciclaggio era Michele Sindona, sia durante l’era Riina, quando il canale privilegiato divenne Roberto Calvi. Nella famosa sentenza-ordinanza del Maxiprocesso di Palermo viene definito come «una delle figure più importanti e, sino a poco tempo addietro, meno conosciute della mafia siciliana»842, nonché «mandante di tanti efferati assassini e vera e propria cerniera fra gli affari tipicamente mafiosi e la criminalità dei colletti bianchi» <843.
    Iniziato da Tommaso Buscetta negli anni ’50, Calò si distinse ben presto per la sue doti criminali e divenne rappresentante della famiglia di Porta Nuova nel bel mezzo della prima guerra di mafia, verso la metà degli anni ’60, per poi iniziare a gravitare a Roma agli inizi degli anni ’70, come ambasciatore nella capitale di Stefano Bontate; questo trasferimento nel Lazio gli permise di restare in ombra rispetto alle indagini della magistratura per molti anni, più concentrate sul versante palermitano <844, benché sul suo ruolo di primo piano avesse già raccontato Leonardo Vitale, il primo collaboratore di giustizia di Cosa Nostra, non creduto, incarcerato e poi ucciso nel 1984 dopo la sua scarcerazione <845.
    Solo grazie alle dichiarazioni di Tommaso Buscetta e di Salvatore Contorno l’importanza di Calò fu chiara al Pool antimafia di Palermo, Calò subito ribattezzato dalla stampa come «il cassiere della mafia».
    Sulla vicenda Calvi in particolare, il 30 luglio 1984 Buscetta dichiarò a Giovanni Falcone che «Pippo Calò, secondo il Badalamenti, era certamente invischiato nella vicenda Calvi, anche se esso, Badalamenti, non era in possesso di maggiori particolari» <846. Le dichiarazioni del boss furono confermate da Francesco Marino Mannoia che, come abbiamo visto, sull’argomento aveva testimoniato anche al Processo Andreotti:
    «Sì, Calvi fu strangolato da Francesco Di Carlo su ordine di Pippo Calò. Calvi si era impadronito di una grossa somma di danaro che apparteneva a Licio Gelli e a Pippo Calò. Prima di fare fuori Calvi, Calò e Gelli erano riusciti a recuperare decine di miliardi e, quel che più conta, Calò si era tolto una preoccupazione perché Calvi si era dimostrato inaffidabile» <847.
    Al di là del ruolo eventualmente ricoperto nell’omicidio del banchiere milanese, non accertato per insufficienza di prove dai vari tribunali, la figura di Calò è emblematica proprio per quel suo ruolo di cerniera tra gli affari sporchi della classe dirigente e quelli del potere mafioso, inseriti, come dimostra il ruolo dello IOR, in una strategia geopolitica internazionale di ben più ampio respiro.
    Come scrisse Giuseppe D’Avanzo <848, Calvi pensò che i soldi di Cosa Nostra lo avrebbero reso invincibile e inattaccabile, sottovalutando che quei 3-4mila miliardi di lire reinvestiti nell’economia legale stavano cambiando gli equilibri tra quest’ultima e l’economia del crimine. A cavallo tra gli anni ’70 e ’80, infatti, mentre a Palermo si consumava la mattanza che avrebbe portato al potere Totò Riina, a Milano e in Lombardia si giocava un’altra partita di portata internazionale: il potere mafioso, stanco del ruolo di gregario, reclamava un posto in prima fila nelle dinamiche dell’economia nazionale, che da oltre un decennio sosteneva, attraverso l’intermediazione dei vari Gelli, Calvi, Sindona e Marcinkus. Se l’espressione «in Sicilia comandiamo noi» di Stefano Bontate a Giulio Andreotti <849 fu il simbolo di un cambio d’epoca nel rapporto tra potere mafioso e potere politico, l’omicidio di Roberto Calvi che aveva mandato in fumo i soldi di Cosa Nostra lo fu nel rapporto tra potere mafioso e borghesia imprenditoriale.
    [NOTE]
    833 Bellavite Pellegrini, C. (2002). Storia del Banco Ambrosiano, Milano Laterza, p. 307.
    834 Ivi, p. 308.
    835 Camera dei Deputati, Resoconto Stenografico seduta venerdì 10 luglio 1981, p. 30987.
    836 Bellavite Pellegrini, op. cit., p. 315.
    837 Per approfondire l’intera vicenda delle lettere di patronage nel dettaglio, si rimanda a Calabrò, M.A., (2014). Le mani della mafia – Finanza e politica tra Ior, Banco Ambrosiano, Cosa Nostra, Milano, Chiarelettere, pp. 139-159. Successivamente Calvi fu indotto a sottoscrivere una nuova lettera in cui dichiarava
    di non aver messo al corrente lo IOR delle operazioni illegali all’estero, probabilmente in quanto gli fu garantito un aiuto Oltretevere che non arrivò mai.
    838 I commissari liquidatori, nella loro sesta relazione, misero in luce che se Calvi fosse stato fermato già a maggio 1981, centinaia di milioni di dollari si sarebbero potuti salvare, recuperandoli dalle consociate estere, evitando così il fallimento del Banco Ambrosiano.
    839 Per una ricostruzione della vicenda giudiziaria che inizialmente qualificò la morte di Calvi come suicidio fino all’attuale tesi confermata in giudizio dell’omicidio si veda Almerighi, M. (2002). I banchieri di Dio. Il caso Calvi, Roma, Editori Riuniti, pp. 82-87.
    840 A parlare espressamente di omicidio furono, negli anni, i collaboratori di giustizia Antonino Giuffré, Francesco Marino Mannoia, Tommaso Buscetta, Gaspare Mutolo, Angelo Siino, Antonio Mancini, Claudio Sicilia, Luigi Giuliano, Pasquale Galasso, Oreste Pagano, Giuseppe Cillari, Carmine Alfieri ed Eligio Paoli. Si veda Simonetta D’Alessandro (2016). Ordinanza di Archiviazione Procedimento n. 15464/2008 RGNR, Tribunale di Roma – Ufficio del GIP, 26 giugno, p. 2.
    841 Ibidem.
    842 UFFICIO ISTRUZIONE PROCESSI PENALI, (1985). Ordinanza-sentenza contro Abbate Giovanni + 706 – Procedimento Penale N. 2289/82 R.G.U.I., Tribunale di Palermo, Volume 23, p. 4636.
    843 Ivi, p. 4640.
    844 Ivi, p. 4644.
    845 Per approfondire, si veda Leonardo Vitale, in WikiMafia – Libera Enciclopedia sulle Mafie.
    846 Interrogatorio di Tommaso Buscetta, 30 luglio 1984, p. 88.
    847 Citato in Giuseppe D’Avanzo, Calvi, storia di banche e cosche, la Repubblica, 18 aprile 1992.
    848 Giuseppe D’Avanzo, I due banchieri e l’oro dei boss, la Repubblica, 10 aprile 1997.
    849 INGARGIOLA, F. (Presidente). (1999). Sentenza n. 881/99 contro Andreotti Giulio, Tribunale di Palermo, 23 ottobre, p. 3187.
    Pierpaolo Farina, Le affinità elettive. Il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2019-2020

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  2. Di fatto, Calvi e la P2 controllavano la Rizzoli

    Il rapporto con Gelli e la vicenda Corriere della Sera
    La crescente complessità della struttura di partecipazioni estere create da Calvi cominciò a diventare sempre più difficile da gestire, soprattutto dopo lo scandalo che aveva riguardato il crack delle banche di Michele Sindona. Il declino del suo mentore aveva portato il banchiere milanese ad ampliare il proprio capitale sociale con nuove relazioni nella politica che potessero garantirlo negli affari e metterlo al riparo da eventuali controlli amministrativi della Banca d’Italia.
    L’incontro con Licio Gelli e Umberto Ortolani, agevolato dal costruttore romano Aladino Minciaroni <821, fu provvidenziale, perché tramite la P2 Calvi entrò in rapporti con Ruggero Firrao, direttore per le valute del ministero per il Commercio estero che fece pervenire al banchiere milanese le autorizzazioni di cui aveva bisogno.
    Il 23 agosto 1975 Calvi si affiliò alla P2, tessera n. 519, e il 19 novembre successivo venne nominato Presidente del Banco Ambrosiano: in questa nuova veste venne coinvolto nella vicenda della cessione del Corriere della Sera dalla famiglia Crespi a quella Rizzoli. Come si è visto nel secondo capitolo, nel 1975 il Corriere della Sera vedeva la partecipazione di Gianni Agnelli e di Angelo Moratti pari quota al solo scopo di sbarrare la strada ad Eugenio Cefis nel controllo del quotidiano di Via Solferino. Tuttavia Agnelli non poteva più sostenere la partecipazione nel Corriere e facilitò l’interlocuzione di Andrea Rizzoli con la Crespi e con Moratti.
    In tutto, l’operazione costò ai Rizzoli 63 miliardi di lire, a cui si era aggiunta da parte di Andrea l’acquisto della quota nell’azienda di famiglia della sorella Pinuccia, contraria all’acquisto del quotidiano di Via Solferino, a ragione: «il sogno di tre generazioni» <822 della famiglia disastrò i conti dell’azienda, che in quel momento aveva bisogno di forti iniezioni di liquidità ma si trovò le porte del credito sbarrate.
    Entrarono a questo punto in campo Gelli e Ortolani, che attraverso Calvi misero a disposizione dei Rizzoli i fondi necessari: la Cisalpine fece un prestito di 10 milioni di dollari alla Rizzoli International del Lussemburgo, seguito poco dopo da un altro da 4,5 milioni, in cambio dell’acquisizione da parte della società della totalità delle azioni Finprogram, Lafidele, Finkurs, Sansinvest, società operanti nell’orbita del Banco che detenevano oltre un milione d’azioni dell’Ambrosiano, pari al 5% del capitale sociale, per conto delle capofila United Trading Company e Manic.
    In questo modo Calvi faceva figurare la concessione di crediti da parte della Cisalpine a elementi terzi e soprattutto metteva al riparo un consistente pacchetto di azioni del Banco Ambrosiano, mentre i Rizzoli ricevettero dalla vendita delle società, avvenuta nel 1977, 21 milioni di dollari, pari a quanto era loro costato circa un anno e mezzo prima; l’operazione, in conto capitale, era stata finanziata dalla Cisalpine. La differenza tra quanto erogato dalla Cisalpine e quanto venne restituito andò a Gelli e Ortolani, che negli anni successivi usarono il Banco Ambrosiano come un bancomat <823.
    I Rizzoli dovettero pagare 8 milioni di dollari di interessi, ma grazie alla P2 e a Calvi riuscirono momentaneamente a superare i propri problemi di liquidità, tanto da iniziare a seguire uno schema di acquisizioni mirate in campo assicurativo ed editoriale suggerite dal duo Gelli-Ortolani, il cui primario fine era aumentare l’influenza della P2 in campo politico <824. Da una parte Ortolani, banchiere esperto di movimenti internazionali, suggeriva gli acquisti da fare ai Rizzoli, dall’altra Gelli manteneva il canale aperto con Calvi per correre in soccorso della società editrice del Corriere ogni volta che ce ne fosse stato bisogno. Di fatto, Calvi e la P2 controllavano la Rizzoli, tanto da imporre due suoi uomini, gli avvocati Prisco e Zanfagna, nel consiglio d’amministrazione e, nel 1978, il posto di Andrea Rizzoli fu preso da Umberto Ortolani il 16 settembre, fino al nuovo aumento di capitale nel 1980 che sancì il controllo totale di Calvi e del duo Gelli-Ortolani nel Corriere della Sera <825.
    Se i simboli hanno un peso, e ce l’hanno, all’alba del decennio che avrebbe consacrato il mito della Milano da bere, lo storico quotidiano della borghesia milanese, l’organo culturale per antonomasia della città, era finito nelle mani dei riciclatori di Cosa Nostra che esprimevano un nuovo habitus milanese perfettamente compatibile con l’habitus mafioso. Questo è sicuramente uno dei punti di svolta e non ritorno nel processo di ibridazione e di «reciproca acculturazione», per usare le parole di Bourdieu, tra quei due mondi, che progressivamente avrebbe coinvolto anche i livelli inferiori dello spazio sociale e del campo economico.
    Il Banco Ambrosiano come cuore del sistema di penetrazione P2
    L’Ambrosiano di Calvi non fu l’unico istituto di credito inserito nella rete della P2: tra banche, Ministero del Tesoro e Ministero delle finanze erano ben 119 i fedelissimi di Gelli appartenenti al mondo finanziario. Al riguardo, il radicale Massimo Teodori scrisse: «nelle banche il credito è totalmente orientato attraverso l’Ambrosiano (Calvi), il Monte dei Paschi di Siena (Scricciolo e Cresti), la Banca nazionale del lavoro (Ferrari e Graziadei), l’Interbanca (Aillaud), la Banca del Monte di Milano (Peduzzi) e di Bologna (Bellei), il Credito agrario (Parasassi), il Banco di Roma (Alessandrini e Guidi) e il Banco di Napoli (Liccardo)» <826. Tuttavia, il cuore del sistema restò sempre l’istituto di via Clerici, che veniva massicciamente finanziato a colpi di decine di milioni di dollari da società o banche amiche, come l’ENI e la BNL, come accadde alla fine del 1978, in occasione di una crisi di liquidità.
    La P2 non assicurava a Calvi solamente una protezione politica enorme per condurre i propri affari e raggiungere il suo progetto di creare una merchant bank alternativa a Mediobanca, l’ambizioso progetto tentato dal suo mentore Sindona e miseramente fallito. L’abilità sui mercati finanziari di Ortolani fu un supporto fondamentale per Calvi nelle sue operazioni internazionali, attraverso il suo Banco Financiero Sudamericano di Montevideo. Tanto che tra il 1975 e il 1981 ben 224 milioni di dollari e 15 milioni di franchi svizzeri lasciarono le casse dell’Ambrosiano per entrare in conti e società di Ortolani, che poi in parte li rigirava su conti correnti in banche estere intestati a Gelli e allo stesso Calvi <827, attraverso una serie di complicati e tortuosi passaggi intermedi ricostruiti dalla Guardia di Finanza solo nel 1987.
    La P2 alla difesa del cuore del suo sistema: l’attacco alla Banca d’Italia
    Mentre Calvi stava inconsapevolmente intrecciando la corda del cappio che lo avrebbe ucciso sotto al Ponte dei Frati Neri, la relazione Padalino non restò lettera morta, come un mero sollecito al Governatore della Banca d’Italia sulla situazione preoccupante dell’Ambrosiano. Gli ispettori avevano accertato specifici reati e fu per questo che il 23 dicembre 1978 il rapporto finì sulla scrivania del giudice Emilio Alessandrini, che aveva indagato sulla Strage di Piazza Fontana e in quel momento stava conducendo indagini sul terrorismo di sinistra a Milano. Il suo provvidenziale omicidio da parte di un commando di Prima Linea guidato da Sergio Segio, il 29 gennaio 1979, impedì al magistrato di condurre le indagini su Calvi e l’Ambrosiano.
    Due mesi più tardi, il 24 marzo, i vertici della Banca d’Italia che erano risoluti nel fare luce sulle operazioni internazionali del Banco furono fatti fuori con metodi più blandi di una P38, ma non meno violenti sul piano simbolico: il Governatore Paolo Baffi e il vicedirettore generale Mario Sarcinelli, responsabile anche della Vigilanza sugli istituti di credito, furono incriminati per favoreggiamento e interesse privato in atti d’ufficio, con Sarcinelli incarcerato per 12 giorni a Regina Coeli <828 e il governatore lasciato a piede libero solo per l’età avanzata. L’inchiesta, condotta dal giudice istruttore Antonio Alibrandi (padre del terrorista nero Alessandro) e dal sostituto procuratore Luciano Infelisi, fu da subito interpretata come una vendetta politica per aver preso di mira con le sue ispezioni all’Italcasse, al Banco Ambrosiano e soprattutto la strenua difesa di Giorgio Ambrosoli nella vicenda Sindona <829.
    La reazione a quel vero e proprio golpe istituzionale contro i vertici della Banca d’Italia fu un’ondata di indignazione, con 147 economisti che firmarono un appello pubblico in difesa dell’operato di Baffi e Sarcinelli, a cui si aggiunsero i pubblici elogi del Presidente della Repubblica Sandro Pertini ai funerali di Ugo La Malfa, tenutosi due giorni dopo le incriminazioni. L’inchiesta si sciolse come neve al sole, quando entrambi furono prosciolti in istruttoria l’11 giugno 1981 <830. L’obiettivo della P2 era però stato raggiunto: Baffi si dimise il 16 agosto 1979, poco dopo aver partecipato ai funerali di Giorgio Ambrosoli; Sarcinelli venne reintegrato nel suo ruolo alla Vigilanza, ma quando oramai era già stato destinato ad altro incarico. Il nuovo governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, tornò ad occuparsi dell’Ambrosiano agli inizi del 1980, ma nel frattempo erano stati persi mesi cruciali per evitarne il crollo che sarebbe arrivato due anni dopo.
    Vale la pena ricordare le parole di Paolo Baffi, in risposta a una lettera di stima manoscritta ricevuta il 10 ottobre 1979 dall’allora segretario generale del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer <831:
    «Circa la mia partecipazione alla vita italiana: gli ultimi tre governatori della Banca d’Inghilterra (Cobbold, Cromer, O’Brien) sono Padri d’Inghilterra; io, dopo 50 anni di lavoro, dei quali 43 alla Banca (24 in funzione di ricerca) a casa porto due incriminazioni. Il miglior contributo che posso dare in queste condizioni è forse quello di riflettere sulle ragioni per cui in questa società le forze del male possono siffattamente prevalere».
    Nell’opinione di Marco Vitale, il nuovo corso della Banca d’Italia dava fastidio e meritava una lezione, in quanto con la nomina di Baffi, «unica riforma di struttura degli anni Settanta» <832, l’istituto di via XX settembre era tornato a fare il proprio mestiere. Questa vicenda, paradigmatica tanto quanto l’omicidio Ambrosoli ad essa collegato, dà la cifra della rete di potere entro cui era oramai stabilmente inserito Roberto Calvi e, in parte, spiega anche la decisione da parte di quella rete di ucciderlo, nel momento in cui era diventato una pericolosa mina vagante che minacciava di squarciare il velo d’omertà su gran parte del capitalismo lombardo e nazionale a cavallo tra gli anni ’70 e ’80.
    [NOTE]
    821 Minciaroni fu presentato dal consigliere del Banco Mario Valeri Manera, fedelissimo di Calvi. La ricompensa di Minciaroni per aver agevolato il sodalizio con Gelli fu un posto nel consiglio d’amministrazione del Banco Ambrosiano. Cfr Bellavite Pellegrini, Storia del Banco Ambrosiano, p. 230.
    822 Bellavite Pellegrini, op. cit., p. 233.
    823 Ivi, p. 234-235.
    824 Ivi, p. 235.
    825 Per approfondire l’operazione, si veda sempre Bellavite Pellegrini, op. cit., pp. 248-254.
    826 Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica p2 (1984). Relazione di minoranza dell’onorevole Teodori, IX Legislatura, Roma, 30 luglio, p. 189.
    827 Calabrò, op. cit., pp. 126-127.
    828 TURONE, G. (2019). Italia occulta. Dal delitto Moro alla Strage di Bologna, Milano, Chiarelettere, p. 243 (v. epub)
    829 Bellavite Pellegrini, op. cit., pp. 298-299.
    830 Il 17 luglio 1984, l’allora giudice istruttore milanese Giuliano Turone, titolare del procedimento penale contro Michele Sindona, firmò l’ordinanza di rinvio a giudizio del bancarottiere e dei suoi sodali per l’omicidio Ambrosoli e dispose anche l’invio alla Procura generale della Repubblica di Roma di una copia sia dell’ordinanza sia di tutta la documentazione attinente alla vicenda giudiziaria Baffi-Sarcinelli, «per quanto di eventuale competenza». Spettava infatti a quell’ufficio valutare se il comportamento tenuto dai magistrati romani Infelisi e Alibrandi andasse segnalato alla Procura della Repubblica di Perugia, competente per i procedimenti penali riguardanti i magistrati in servizio nel Lazio. Per sei mesi la Procura di Roma non fece niente, finché il 16 gennaio 1985 lo inviò a Perugia, dove però il giudice istruttore competente, senza aver disposto alcun accertamento di istruttoria preliminare «sommaria» come invece prevedeva il Codice di procedura penale allora in vigore, trasmise il tutto al giudice istruttore con richiesta di archiviazione. Sulla vicenda si veda Turone, Italia occulta, p. 269 (vers. epub).
    831 Citato in BAFFI, P. (2013). Parola di Governatore, Torino, Aragno editore. Corsivo nostro.
    832 Vitale, op. cit., p. 167.
    Pierpaolo Farina, Le affinità elettive. Il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2019-2020

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  3. Due erano i meccanismi con cui Calvi faceva arrivare fondi alla galassia di società estere, tramite lo IOR

    Se il Vaticano e la sua banca ebbero un peso rilevante nella vicenda Sindona, lo ebbero ancora di più con Roberto Calvi. Come abbiamo visto, il banchiere milanese conobbe Paul Marcinkus, da poco divenuto presidente dello IOR, grazie a Michele Sindona, e i tre finirono per costituire un triumvirato finanziario, nel quale, almeno fino alla metà degli anni ’70, il finanziere di Patti ebbe il ruolo di primus inter pares <803.
    Nato il 15 gennaio 1922 a Cicero, violento sobborgo della Chicago di Al Capone, Paul Casimir Marcinkus era stato ordinato sacerdote il 3 maggio 1947. Negli anni ’50 studiò teologia a Roma, presso la Pontificia Università Gregoriana, lavorando nella prestigiosa sezione inglese della Segreteria di Stato, dove conobbe monsignor Giovanni Battista Montini, che nel 1963 salì al soglio pontificio col nome di Paolo VI. Incaricato della sicurezza personale del Papa e dei suoi viaggi, fu decisivo in due occasioni a salvare la vita al pontefice <804.
    Benché non avesse particolari competenze bancarie o manageriali <805, il pragmatismo organizzativo di Marcinkus gli fece guadagnare importanti punti agli occhi del Pontefice, che lo nominò nel 1971 Presidente dell’Istituto Opere di Religione.
    Oltre ad aumentare la partecipazione azionaria dello IOR nel Banco Ambrosiano, Marcinkus accettò di vendere il pacchetto di controllo della Banca Cattolica del Veneto, in quel momento un dinamico istituto di credito con 172 sportelli nel Triveneto che, a differenza dell’Ambrosiano, aveva pochissime partecipazioni che ne appesantivano i bilanci. L’acquisizione di 18.060.000 azioni della banca, pari al 50% del capitale, fece entrare 45 milioni di dollari nelle casse dello IOR; le prime tre rate furono pagate dalla Vertlac, una delle società estere di Calvi, che a sua volta aveva preso i soldi in prestito dalla Cisalpine, mentre i restanti furono eseguiti dalla Radowal di Vaduz, costituita il 28 ottobre 1971 in vista anche dell’acquisizione del pacchetto di controllo della Centrale dagli Hambro. Il 10 dicembre 1971 quest’ultima e la Vertlac scrissero alla Compendium affermando che le azioni della Cattolica del Veneto erano state comprate per suo conto; il 13 giugno 1972 13 milioni e mezzo di azioni passarono alla Centrale, che le acquistò dal Credito Commerciale, una piccola banca privata milanese che fece da intermediario, mentre 4.560.000 di azioni restarono occultate nella Radowal: in questo modo Calvi poteva comunicare al Consiglio del Banco che la Centrale aveva acquistato il 37,4% del capitale della Cattolica del Veneto, senza dichiarare il restante 12,6% <806.
    La cessione dell’istituto veneto all’Ambrosiano di Calvi fu il primo di una serie di contrasti tra Marcinkus e Albino Luciani, allora patriarca di Venezia e futuro Papa Giovanni Paolo I, il quale protestò non solo per non essere stato informato in quanto presidente dell’episcopato veneto, ma soprattutto perché quella cessione metteva fine alla vocazione storica del banco, attenta alle esigenze produttive del territorio e con tassi favorevoli alle diocesi e alle parrocchie. L’allora patriarca di Venezia incontrò prima Giulio Andreotti, poi il Pontefice, che lo inviò da Marcinkus, il quale lo trattò «come un bidello», nel racconto che fece al vescovo Antonio Santin, vicepresidente della conferenza episcopale del Triveneto <807. A quell’incontro risalirebbe la celebre espressione a lui attribuita, e mai smentita, «la Chiesa non si amministra con le avemarie».
    Quando il 6 agosto 1978 l’ottantenne Paolo VI, il gran protettore del triumvirato Sindona-Calvi-Marcinkus, morì e il 26 agosto al soglio pontificio salì proprio Albino Luciani, la rimozione del monsignore statunitense sembrò inevitabile. Il nuovo Pontefice colse la palla al balzo quando il 12 settembre sulla rivista OP – Osservatorio Politico di Mino Pecorelli il nome di Marcinkus si trovava insieme a quello di altri 120 ecclesiastici iscritti alla Massoneria; il monsignore originario di Cicero risultava iscritto dal 21 agosto 1967 con numero di matricola 43/649 e soprannome Marpa.
    La sera del 28 settembre 1978 Papa Luciani confidò al segretario di Stato Jean Villot, anche lui presente in quella lista, che avrebbe trasferito tutti i vertici dello IOR, ponendo fine alla gestione spregiudicata portata avanti fino a quel momento. La mattina seguente il corpo senza vita di Giovanni Paolo I venne rivenuto nel suo letto: avvelenato col cianuro, secondo la tesi del giornalista investigativo David Yallop nel suo libro “In nome di Dio”, a cui si aggiunsero la testimonianza del collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, che non ebbe però riscontri oggettivi, e di recente quella del nipote di Lucky Luciano, cugino di Marcinkus <808, affiliato a Cosa Nostra americana; morte naturale per un infarto acuto del miocardio, secondo il Vaticano, che però non dispose mai l’autopsia, alimentando i dubbi sull’omicidio del Papa, tesi confermata anche dal recente libro dell’editorialista di Avvenire Stefania Falasca <809.
    Morte naturale o meno, l’uscita di scena di Papa Giovanni Paolo I e l’elezione al soglio pontificio di Karol Wojtyla col nome di Papa Giovanni Paolo II il 16 ottobre portarono alla conferma di tutti i vertici dello IOR da parte del nuovo Papa, che usò anzi Calvi e Marcinkus per finanziare Solidarnosc in Polonia e i regimi dittatoriali in America latina, sempre in funzione anticomunista810.
    Merita qui essere riportata un estratto della lettera datata 5 giugno 1982 che Roberto Calvi inviò a Giovanni Paolo II, dodici giorni prima di «essere suicidato» sotto al Ponte dei Frati Neri a Londra, che ben riassume i rapporti tra IOR e Banco Ambrosiano: «Santità, sono stato io ad addossarmi il pesante fardello degli errori nonché delle colpe commessi dagli attuali e precedenti rappresentanti dello IOR, comprese le malefatte di Sindona, di cui ancora ne subisco le conseguenze; sono stato io che, su preciso incarico di Suoi autorevoli rappresentanti, ho disposto cospicui finanziamenti in favore di molti paesi e associazioni politico-religiose dell’Est e dell’Ovest; sono stato io che, di concerto con le autorità vaticane, ho coordinato in tutto il Centro-Sud America la creazione di numerose entità bancarie, soprattutto allo scopo di contrastare la penetrazione e l’espandersi di ideologie filomarxiste; e sono stato io, infine, che oggi vengo tradito e abbandonato proprio da queste stesse autorità a cui ho rivolto sempre il Massimo rispetto e obbedienza» <811.
    In quei drammatici giorni in cui si avvicendarono ben tre papi a San Pietro, il Banco Ambrosiano era sotto ispezione da dodici funzionari della Banca d’Italia guidati dal dottor Giulio Padalino. Nel rapporto finale dell’ispezione, durata dal 17 aprile al 17 novembre 1978 <812, Padalino evidenziò come presso la sede centrale dell’Ambrosiano «esisteva uno sportello dedicato e riservato allo IOR, ove varie persone portavano somme di denaro per trasferirle all’estero» e che tali risorse «nel giro di qualche giorno» venivano «trasferite su un conto svizzero», sul quale venivano fatte transitare ingenti somme. Inoltre, l’ispettore accertò che «presso il Banco Ambrosiano era aperta una linea di credito accordata allo IOR per un massimo di 75 miliardi di lire» e che, verosimilmente, tale linea di credito veniva utilizzata per il versamento di contante da parte della clientela di Via Clerici. Non solo: i rastrellamenti azionari del Banco venivano effettuate, negli anni precedenti all’ispezione, con disponibilità proprie dell’istituto di credito, veicolate mediante diverse società, tra le quali ne figuravano alcune riconducibili allo IOR <813.
    Sul fronte della liquidità, Padalino metteva in guardia dalle «difficoltà che il Banco potrebbe trovare nello smobilizzo dei finanziamenti e dei depositi concessi alla Cisalpine di Nassau per un controvalore di 417 miliardi circa e sui quali l’azienda ispezionata non ha fornito alcuna informazione» <814: gli ispettori cercarono di conoscere, invano, i dettagli delle attività della banca di Nassau che aveva sancito l’inizio del sodalizio tra Sindona, Calvi e Marcinkus, così come delle altre società estere legate all’Ambrosiano <815. Ciononostante, seppure in forma dubitativa, la struttura portante messa in piedi da Calvi era stata intuita dagli ispettori, anche perché il pacchetto di controllo delle azioni dell’Ambrosiano era nelle mani di società estere fin dalla metà degli anni Sessanta: il banchiere di Dio si era limitato a spostarli dalle società del Lussemburgo e dal Liechtenstein, mete prescelte dai suoi predecessori, a quelle di Panama <816.
    Due erano i meccanismi con cui Calvi faceva arrivare fondi alla galassia di società estere, tramite lo IOR. Nel primo il Banco Ambrosiano o la Banca del Gottardo effettuavano bonifici a favore dello IOR, il quale a sua volta effettuava, tramite la Cisalpine, bonifici di pari importo alla United Trading Company di Panama, la capofila delle varie società estere dell’Ambrosiano; nel secondo, era la Cisalpine a fare bonifici allo IOR, che poi li rigirava sempre alla United <817. Alla base di questi due meccanismi c’era un accordo tra Calvi e Marcinkus per il quale ogni fondo pervenuto dalla Cisalpine allo IOR doveva essere immediatamente girato dalla banca vaticana alla United Trading Company di Panama, la capofila delle varie società estere dell’Ambrosiano, in cambio di una commissione di negoziazione su ogni operazione c.d. back to back di importo variabile tra lo 0,375 e lo 0,25% tra il 1972 e il 1975, che venne ulteriormente ridotta allo 0,625% a partire dal 23 gennaio 1975, per via dell’aumento del numero degli importi che l’Ambrosiano smistava nelle sue diverse operazioni tramite lo IOR <818. Osservando congiuntamente i due tipi di operazione, risultava che la Cisalpine si trovava a essere debitrice e creditrice nei confronti dello IOR, in uno schema che poi venne applicato anche ad altre banche compiacenti.
    In conclusione, a partire dal 1971 lo IOR viene coinvolto come tramite in una serie di operazioni con il Banco Ambrosiano <819, che prevedevano: depositi fiduciari dalla Cisalpine alla Radowal prima e alla United Trading Company, dopo la liquidazione della Radowal al centro dei principali affari con Sindona che Calvi voleva nascondere; depositi fiduciari dalla Banca del Gottardo alla Cisalpine; aperture di credito fatte avendo come garanzia azioni o obbligazione della Compendium, della Manic <820 e della Zitropo; detenzione fiduciaria delle azioni della United Trading Company.
    [NOTE]
    803 Bellavite Pellegrini, Storia del Banco Ambrosiano, p. 187.
    804 Nel 1964, Marcinkus salvò il Pontefice in visita al centro di Roma dalla folla che rischiò di schiacciarlo. Nel 1970, durante un viaggio nelle Filippine, bloccò un pittore armato di coltello che tentò di uccidere Paolo VI. Citato in NUZZI, G. (2009). Vaticano S.P.A., Milano, Chiarelettere, p. 21.
    805 Bellavite Pellegrini, op. cit., p. 176.
    806 Ivi, p. 195.
    807 Citato in Andrea Tornielli, Luciani e Marcinkus, l’incontro-scontro di cui si scrive da 30 anni, La Stampa, 5 luglio 2019
    808 Francesco Antonio Grana, “Papa Luciani avvelenato con il cianuro da Marcinkus”, il racconto del nipote del boss Lucky Luciano in un libro di memorie, Il Fatto Quotidiano, 21 ottobre 2019.
    809 Secondo Cornwell, citato da Bellavite Pellegrini (p. 256), il Papa sarebbe morto di morte naturale ma vi furono negligenze gravi, in Vaticano, circa la sottovalutazione di dolori al petto che all’ora di cena il Pontefice avvertiva.
    810 Si veda ALMERIGHI, M. (2015). La borsa di Calvi, Milano, Chiarelettere, pp. 30-35.
    811 Ivi, p. 36. Corsivi nostri.
    812 Bellavite Pellegrini, op. cit., p. 214
    813 Citato in Luca Tescaroli, Rogatoria nel procedimento penale relativo all’omicidio Calvi, 28 novembre 2002, p. 4.
    814 Citato in Calabrò, op. cit., p. 83.
    815 Bellavite Pellegrini, op. cit., p. 295.
    816 Ivi, p. 297.
    817 Ivi, p. 246.
    818 Ivi, pp. 183-184.
    819 Ivi, p. 183.
    820 Stando alla testimonianza di Sindona, riportata dalla Calabrò (op. cit., p. 87), «nella Manic Calvi inserì tutte quelle operazioni che direttamente o indirettamente mi riguardavano. Come si sa, infatti, io avevo un conto denominato “Mani” dalle lettere iniziali dei nomi dei miei figli, Maria Elisa e Nino, conto intrattenuto presso Finabank. Tra “Mani” e “Manic” – aggiunse il finanziere di Patti – c’è solo l’ultima “c” che le differenzia. La “c” potrebbe significare Calvi». La Manic possedeva il 5,24% della Banca del Gottardo e il 6,3% del Banco Ambrosiano, pari al suo pacchetto di controllo. Secondo i giudici Pizzi e Bricchetti, la scelta della denominazione sociale «Manic» deriverebbe invece dalla scomposizione della parte iniziale dei nomi dei dipendenti del Kredietbank Luxembourg: Marie Christie van Mechelen e Nicole Mathie Devos. Come sottolinea la Calabrò, questa ricostruzione però si basa solo sulle dichiarazioni di Angelo De Bernardi, amministratore delegato dell’Ambrosiano Service di Lussemburgo.
    Pierpaolo Farina, Le affinità elettive. Il rapporto tra mafia e capitalismo in Lombardia, Tesi di dottorato, Università degli Studi di Milano, Anno Accademico 2019-2020

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